
La Rete Nazionale PAC ha pubblicato il dossier nazionale "Il diritto di rimanere nelle aree rurali italiane".
Il dossier raccoglie le analisi sulle dinamiche delle zone rurali italiane e i risultati di una consultazione promossa dal CREA Centro Politiche e Bioeconomia, attraverso l'osservatorio sullo sviluppo locale nelle zone rurali della Rete Nazionale PAC.
L'obiettivo è contribuire alla Strategia europea Right to Stay Your Region, Your Future e portare la voce degli attori dello sviluppo locale nell'iniziativa attesa entro la fine dell'anno. La prima parte analizza 7.676 comuni rurali italiani attraverso otto geografie tematiche.
Lo spopolamento resta un fenomeno strutturale, ma non è uniforme né ineluttabile: 3.752 comuni registrano oggi un saldo migratorio interno positivo. La collocazione geografica e la distanza dai servizi, pur restando una precondizione, non bastano a spiegare il destino dei territori, perché a parità di condizioni i comuni mostrano dinamiche diverse; la distanza che conta è quella dal lavoro. A fare la differenza sono leve che i dati fanno emergere una dopo l'altra: dall'economia di prossimità alla diversificazione, dal capitale umano alla cultura, fino al presidio del territorio e ai suoi equilibri ambientali.
L'agricoltura le attraversa tutte e, proprio per questo, resta centrale, non come comparto a sé, ma per i legami che costruisce con l'economia locale, i servizi, il paesaggio e i modi di abitare. Nessuna di queste leve agisce da sola: è qui che si pone la questione di fondo, quella di come tenerle insieme. La seconda parte restituisce i 116 contributi validi della call Right to Stay Italy, provenienti per circa tre quarti dai Gruppi di Azione Locale e, per il resto, da Autorità di Gestione, università, associazioni, imprese ed enti locali di 19 regioni. Si resta per la qualità dei luoghi e dei legami, si parte per il lavoro e per i servizi. Le politiche per il diritto di rimanere vengono pensate anzitutto come beni comuni del territorio, più che come misure rivolte a singoli gruppi; i giovani sono il destinatario che orienta maggiormente le priorità, mentre la parità di genere emerge soprattutto negli ambiti dell'inclusione e del welfare, segno che è ancora letta prevalentemente come tema sociale più che come leva di sviluppo.
Le azioni prioritarie delineano una strategia riconoscibile: condizioni di contesto capaci di favorire la nascita di imprese innovative, sviluppo di competenze legate alle filiere locali, rafforzamento dei servizi culturali e relazionali e capacità dei territori di accogliere nuovi residenti; a queste si affiancano la mobilità, i collegamenti tra i centri rurali e una sanità di prossimità capace di muoversi verso le persone.
Per il futuro della programmazione 2028-2034, il tema più ricorrente è la capacità progettuale dei territori: la carenza strutturale di personale tecnico nei piccoli comuni, il bisogno di accompagnamento stabile a enti locali, imprese, partenariati e terzo settore, e la necessità di sportelli a supporto della progettualità dal basso. Senza questa infrastruttura di competenze, qualunque strumento rischia di restare sulla carta. Segue il tema dell'integrazione tra fondi e strumenti, i cui costi oggi ricadono sui territori perché i fondi sono disegnati per compartimenti separati.
Si tratta di un passaggio che dovrebbe diventare una scelta strutturale del disegno di sistema, con criteri in grado di premiare strategie multisettoriali e il coordinamento nei contesti in cui gli strumenti si sovrappongono.
Il terzo filone riguarda i soggetti dello sviluppo locale, dai GAL agli altri partenariati territoriali, che già operano come intermediari dell'innovazione territoriale e che potrebbero essere ulteriormente rafforzati come hub dell'innovazione economica, sociale, ambientale e istituzionale, valorizzando le competenze costruite in anni di investimento pubblico.
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